Peter Pan. L’ombra di un’assenza

Tonio De Nitto esprime sogni e paure di Peter Pan, al Teatro Radar di Monopoli per Maggio all’Infanzia 2021, progetto “Le città favolose”, realizzato dal Comune di Monopoli in collaborazione con la Fondazione SAT e sostenuto da Regione Puglia. Recensione.


Mi è apparsa per caso una fotografia di cui non so dire l’autore né il contesto, mi è apparsa qualche giorno dopo aver visto il Peter Pan di Tonio De Nitto con Factory compagnia transadriatica, al Teatro Radar di Monopoliper Maggio all’infanzia 2021. C’è un bambino su una pista di atletica, cammina dove sono posizionati gli ostacoli che serviranno per la gara degli adulti, un metro o poco più l’uno dall’altro; il tracciato stabilito gli suggerisce di affrontare, anche lui, gli ostacoli, così decide sia più comodo, per il suo corpo e per le sue intenzioni, abbassarsi quel poco per passarci sotto, mescolare cioè la competenza al gioco, rimandando l’appuntamento con il salto che, certo, dovrà affrontare un giorno più lontano. Assieme alla fotografia ci sono parole, versi di una poesia di Janusz Korczak. Tra quelle parole c’è un contrasto, l’autore mette in luce il torto di pensare i bambini posti in basso, che l’adulto debba abbassarsi per entrarci a contatto, mentre invece “è piuttosto il fatto di essere / obbligati ad innalzarsi fino all’altezza / dei loro sentimenti”.


È in questi pensieri che mi perdo, sorpreso per come siano gli stessi di quella sera in platea. Peter Pan, così come nelle intenzioni di James Matthew Barrie, è un testo che vive una complessità irrisolta, che va ben oltre la banalizzata idea dell’uomo che resta bambino. C’è invece dentro un dolore insopprimibile, di cui è permeata ogni parola che l’autore dedica al sé stesso che non c’è più; questa non è che una delle assenze, la più grave, conseguenza di tutto ciò che scompare e non resta, quando diventare grandi chiede di saldare un conto che si paga in emozioni e ferite profonde. In Peter Pan è l’esempio compiuto del passaggio di tempo, delle cose perdute e al contempo mai dimenticate, della lotta impari tra la finitezza dell’uomo e il divenire, la grammatica della maturazione congiunta, o meno, del corpo e dell’anima.


In una scena casalinga che mette in relazione l’interno e l’esterno con estrema fluidità, attraverso una immensa finestra al centro che proietta gli spettatori verso un luogo altrove, vagheggiato assieme alla protagonista Wendy, è un gioco di ombre che suggerisce la contiguità o, forse, la rincorsa tra presenza e assenza, quel proverbiale tentativo, quella dispettosa contesa tra il personaggio di Peter Pan e la propria proiezione sagomata. C’è un’atmosfera da fumetto, una ambientazione – di Iole Cilento e Porziana Catalano – color confetto e abiti dai colori tenui che inducono la dimensione del sogno, i personaggi vi si muovono come in una strip comica, indirizzando i movimenti e puntellando la gestualità in un pensiero coreografico – di Barbara Toma – veicolato verso il mimo. Ad offrire elementi ulteriori, al racconto e alla relazione tra i due personaggi principali, sono l’immenso sistema di video mapping che sfrutta il fondale per l’intera estensione e una ricorrente colonna sonora – di Paolo Coletta – capace da un lato di imporsi in maniera più roboante, con canzoni tratte dall’immaginario pop, dall’altro di affondare in effetti evocativi, così da comporre un’atmosfera poetica. Wendy e Peter sono così accolti da spazi irreali come sciami di pesci che nuotano l’alto del mare, uccelli che cercano l’abisso del cielo, ma anche mostri insidiosi, pericoli dagli anfratti, fino a quella terra della fantasia che invece ha una forte componente reale: l’isola che non c’è, avvolta in una atmosfera lunare di cui l’intero spazio si ammanta uniforme, amplificando la relazione con il sogno.


Tonio De Nitto è regista di estrema cura e riesce ad orchestrare una partitura composita, la cui complessità si evince maggiormente da una sovrabbondanza di segni che rendono l’equilibrio costantemente fragile e però propulsivo, sempre dinamico; per mantenere le redini di un simile impianto, De Nitto ha fortunatamente compreso la necessità che questo spazio visivo totale non smettesse di essere, allo stesso tempo, l’habitat ideale per gli attori, che cioè non ne restassero schiacciati. Tra le varianti in video mapping e le molte canzoni pop, che non appaiono sempre funzionali ed essenziali, è dunque proprio grazie agli attori che lo spettacolo torna a raccontare quella dimensione umana nelle intenzioni di Barrie: Fabio Tinella è un Peter Pan saettante, inafferrabile ma che non perde mai un velo di malinconia; Benedetta Pati – sorprendente presenza che non cede all’emozione della sua prima volta in compagnia – incarna Wendy con dolcezza giocosa e insieme con risolutezza, raffinandone così il contrasto tra la sensazione onirica e l’inevitabile crescita adulta; Luca Pastore è un Capitan Uncino docile, violento solo perché fragilissimo bambino che sconta la mancanza di affetto familiare e attende il suo regalo di compleanno; la Trilly di Francesca De Pasquale è un po’ scontrosa, non accetta il doppio ruolo di Peter, ma poi per il suo bene è disposta anche a grandi sacrifici.

Ma il vero punto di forza dello spettacolo è nella compiutezza drammaturgica che Riccardo Spagnulo vi sa cucire dentro, attraverso il suo testo poetico, ispirato all’opera di Barrie e pronunciato da bambini in voce off; si ascolta dire: “Cucimi, rattoppami, / fammi l’orlo alla memoria, / perché ho qualcosa di rotto dentro, / di strappato, di dimenticato”; e proprio qui affiorano le paure che Barrie ha saputo mescolare a un racconto di fantasia, le piccole grandi tempeste del diventare grandi, da affrontare senza timore che sia un naufragio quello sbarco sulle coste segrete, rigogliose, dell’isola che non c’è.


Simone Nebbia

Teatro Radar, Monopoli – Maggio all’Infanzia 2021

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