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UN ALTRO GIORNO ANCORA sui passi di Renata Fonte visto da Vincenzo Sardelli su Klpteatro.it

  • Feb 25
  • 4 min read

IL MONOLOGO CIVILE DI FACTORY ATTRAVERSA LA MEMORIA DELL’ASSESSORA DI NARDÒ UCCISA DALLA MAFIA, TRASFORMANDO IL RICORDO IN ESPERIENZA VIVA


C’è una notte che ritorna, ostinata, come un battito che non vuole spegnersi. E da quella notte – tra il 31 marzo e il 1° aprile 1984 – prende avvio “Un altro giorno ancora. Sui passi di Renata Fonte”, lo spettacolo promosso da Libera e andato in scena al Teatro Comunale di Leverano.Ciò che accade in palcoscenico non è una commemorazione: è un corpo a corpo con la memoria, un attraversamento emotivo e politico che trova nella prova sincera e generosa dell’attrice il suo fulcro più vibrante.

Ma chi era Renata Fonte? Nata a Nardò il 10 marzo 1951, assessora comunale alla Cultura, fu assassinata proprio nella sua cittadina per l’impegno contro la speculazione edilizia e per la tutela del Parco di Porto Selvaggio. Aveva solo 33 anni. Il suo nome è oggi legato alla difesa del territorio e alla lotta per la legalità: una donna che ha pagato con la vita la coerenza delle proprie scelte.

In “Un altro giorno ancora”, scritto e interpretato da Angela De Gaetano, la memoria non è celebrazione, ma attraversamento. La figura di Renata Fonte emerge in una scena spoglia, quasi nuda: luci algide, tagli netti, un palco vuoto abitato solo dall’attrice, soprabito rosa confetto sopra un vestito rosso. Due colori che dialogano tra loro come le due anime della protagonista. Il rosa, tonalità dell’infanzia, della maternità, della cura; il rosso, colore della passione, del sangue, dell’impegno politico e della ferita. In quella sovrapposizione si legge già tutto il conflitto tra dolcezza e determinazione, tra vita privata e battaglia pubblica.

La prova sincera e generosa di Angela De Gaetano – per lo spettacolo prodotto da Factory Compagnia Transadriatica, con le voci di Ippolito Chiarello, Fabio Tinella, Graziano Giannuzzi, Dario Rizzello e degli allievi Benedetta Ala, Rocco Buono, Karola Nestola e Andrea Romanazzi, e con la voce di Pantaleo Ingusci affidata a Mario Perrotta – radica la narrazione nelle pieghe intime della memoria, facendoci sentire il battito di una storia che resta dentro. I costumi di Lilian Indraccolo e le luci di Davide Arseniocontribuiscono a un’estetica essenziale che sceglie la sottrazione come forma di rispetto.

La drammaturgia procede per continui flashback, con un uso del tempo scompaginato che rimanda a un’eleganza soggettiva, quasi cinematografica, con echi di nouvelle vague francese. La morte ritorna come filo conduttore, scena che si riapre più volte senza mai trasformarsi in compiacimento tragico. È un richiamo costante, una soglia che incornicia una storia che, paradossalmente, parla di vita e vitalità.

La parabola di Renata sembra dipanarsi inizialmente felice: l’infanzia giocosa, il fermento del ’68, gli studi universitari, l’amore per il teatro e per Ibsen, per i mimi, la radio e l’insegnamento. Il matrimonio, non ancora diciottenne. I trasferimenti. La famiglia con le sue fatiche e le gioie. Il rimbalzo madre-figlia attraversa lo spettacolo come una corrente sotterranea: la maternità non è accessoria, ma radice profonda della scelta etica. È proprio in questo dialogo ideale tra generazioni che si misura la forza della sua eredità.

Fondamentale il ruolo dello zio Lele, evocato in scena come presenza fondativa, esempio morale e politico. In alcuni passaggi la sua voce risuona come coscienza critica e guida. È su quell’esempio che la vita di Renata si fa sempre più febbrile, sempre più “ben spesa”.L’amore per la natura attraversa lo spettacolo come un profumo persistente: la macchia mediterranea, il mare, gli ulivi. Il paesaggio di Porto Selvaggio non è semplice sfondo, ma organismo vivo da difendere. In un momento di forte intensità, l’attrice si inginocchia, lo sguardo rivolto al pubblico, e “pizzica” – quasi a strapparli uno a uno – gli scandali denunciati, le pressioni, le intimidazioni. L’uso del dialetto è incisivo: il leccese nei momenti intimi, il neretino nelle minacce, come se la lingua stessa si facesse strumento di tensione.

La musica salentina accompagna la narrazione senza mai sovraccaricarla. Una ninna nanna affiora con dolcezza, riportando al centro il legame materno; la pizzica fa capolino sporadicamente, insieme a passi di danza appena accennati, trattenuti. Non c’è mai esplosione coreografica: ogni movimento è misurato, come se la danza fosse un impulso immediatamente ricondotto all’essenziale. Anche in questo si legge una scelta di rispetto: nessuna spettacolarizzazione, nessuna indulgenza estetica.

Colpisce il contatto mistico che si crea ininterrottamente: l’attrice dà del tu a Renata. La seconda persona costruisce un dialogo intimo, quasi una preghiera laica. Non si tratta di impersonare una vittima sacrificale, ma di restituire la forza e la determinazione di una lottatrice, di un’attivista culturale che ha saputo coniugare politica e sensibilità, impegno civile e amore per la bellezza.

La solitudine del palco amplifica tutto: solo gli abiti come tracce di presenza. Le luci fredde scavano lo spazio e lo rendono essenziale. In questo vuoto risuona una vita pienissima, spesa con coerenza fino all’ultimo. L’uscita di scena, rarefatta, quasi sospesa, lascia un’eco più che un’immagine definitiva.

Bellissima scrittura scenica. “Un altro giorno ancora” costruisce così un ritratto complesso, fatto di slanci e ritorni, di memoria e presente. La morte resta il filo rosso, ma è la vita – febbrile, appassionata, radicata nella terra e nella cultura – a imporsi come vero centro gravitazionale. Non un monumento, ma una presenza viva che continua a interrogare.


UN ALTRO GIORNO ANCORASui passi di Renata Fonte

uno spettacolo di Angela De Gaetano

costumi Lilian Indraccolo

luci Davide Arsenio

voice over Ippolito Chiarello, Fabio Tinella, Graziano Giannuzzi, Dario Rizzello e gli allievi Benedetta Ala, Rocco Buono, Karola Nestola, Andrea Romanazzi

la voce di Pantaleo Ingusci è di Mario Perrotta

Factory Compagnia Transadriatica

durata: 1happlausi del pubblico: 2’ 30”


Visto a Leverano, Teatro Comunale, il 20 febbraio 2026

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