Corri Dafne_70x100_2
09022019-1D3A4928
12022019-screen00002
09022019-1D3A4542
09022019-1D3A4822

CORRI, DAFNE!

tratto da Metamorfosi di Ovidio

di e con Ilaria Carlucci

regia Alberto Cacopardi

consulenza artistica Tonio De Nitto

disegno luci Alberto Cacopardi

costume Lilian Indraccolo

coproduzione Tessuto Corporeo e Factory compagnia transadriatica

 

I boschi delle storie non son mai luoghi tranquilli... Prima o poi si finisce per smarrirci qualcosa, se non sé stessi.
Sulla riva limacciosa di un fiume, in una notte di luna piena, nasce dal fango una ninfa. Leggera, curiosa, spettinata. È Dafne, che nuota, salta, rotola, si arrampica, respirando al ritmo degli animali del bosco.

Intanto, oltre le chiome degli alberi si staglia nel cielo terso la sagoma scintillante del carro del Sole, guidato da Apollo, il più bello tra tutti gli dei, tanto desiderato quanto sprezzante. Due universi lontani si incontrano per l’intervento dispettoso di un paio d’ali spennacchiate e due frecce malandrine...quelle di Cupido, il bambino eterno, il dio dell’amore.

Apollo si innamora per la prima volta e il desiderio lo acceca. Dafne vacilla, si sente smarrita, schiacciata, sola. Tutto attorno a lei si trasforma senza preavviso e il suo mondo sembra crollare.
Che cosa accade se comincia a correre? Correre via, da tutto e tutti, via da casa, dalla se- quoia, dalle sorelle dai capelli di seta, dal padre fiume, da un vestito da sposa, dagli occhi di un dio sconosciuto.

Correre libera, correre forte, si, ma verso cosa?
“Corri, Dafne!” gioca con la materia del mito e con i fili invisibili che muovono le vite di tutti, che siano potenti creature divine o silenziosi abitanti del bosco, alla ricerca della sottile linea di confine tra l’amore per l’altro e l’amore per sé.

 

età consigliata: dagli 8 anni

...C’è padronanza del racconto, nel quale laCarlucci infonde quella calibrata dose di partecipazione e quel gioviale tocco di leggerezza che concorrono a rendere lo spettacolo avvincente e piacevole, spingendo laddove serve, instillando facondia laddove è possibile. Messinscena che si snoda agile esinuosa, come il corpo flesso e teso di chi l’interpreta, e che giunge al proprio climax nella metamorfosi finale, in cui le membra umane di Dafne vedono compiersi il loro destino trasfigurandosi nell’icastica immagine di una ninfa che diviene albero, figura che si fa affresco emblematico, corpo che si fa tronco, rami le braccia, lasciandoci con un’ultima potente, poetica evocazione...

Michele Di Donato, Il Pickwicvk

...Pur nella morte della metamorfosi, una chiosa vitale, come brulicante di vita, colori e suoni era stato il racconto portato avanti con nient’altro che un corpo, una voce, un cubo di legno. Un bell’esempio per le nuove generazioni, oramai abituate a raccontare e raccontarsi tramite schermi, strumenti, altro da sé. Ma Corri, Dafne! ha anche un “sottobosco” drammaturgico che, per chi voglia scavare, offre la possibilità di pensare al senso della libertà di essere, a dispetto dalle costrizioni, delle convenienze. La libertà di correre e correre, lontano da ciò che non ci appartiene, affondando le radici nell’humus che può darci vita. Un vero dono questo racconto. E un incontro sincero.

Ilena Ambrosio, Paneacquaculture 

...Molta parte degli snodi cruciali della vita delle donne si possono ritrovare nel taglio scelto dalla narrattrice che usa con grande abilità e sapienza corpo e voce per portarci questo racconto. In tre quarti d’ora si dipana di fronte a noi l’attualissimo tema della violenza sulle donne e non soltanto di quella dell’uomo sulla donna ma anche e soprattutto della costrizione delle convenzioni sociali: ciò che è opportuno e ciò che non è opportuno fare, come ci si deve comportare e cos’è conveniente fare. Scorrono anni di battaglie delle donne su quel palco, scorrono in ogni piega del corpo di Ilaria, in ogni innervatura della sua schiena che si fa corteccia. Crediamo ci fosse bisogno di questo spettacolo, di una luce così chiaramente diretta nel profondo di questa lettura. Ognuno potrà leggere quelloche vorrà: basterà decidere a quale strato fermare la propria visione.

Rossella Marchi, Eolo