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BALLATA PER LA KATER I RADES vista da Vincenzo Sardelli su klpteatro.it

  • Dec 31, 2025
  • 4 min read

“BALLATA PER LA KATËR I RADËS” DI FACTORY:

IL MARE CHE RESTA NEGLI OCCHI


Il Giorno del Mediterraneo ha aperto al Teatro Verdi di Brindisi una rassegna che è rito civile prima ancora che spettacolo. Un varco. Un ascolto. Una chiamata alla memoria.La sera ha intrecciato parola e scena, talk e teatro, proseguendo il giorno successivo al Teatro Abeliano di Bari. Una manifestazione che usa il linguaggio delle arti per interrogare il Mediterraneo come spazio di migrazioni, conflitti e memorie condivise.

Ma è lo spettacolo “Ballata per la Katër i Radës”, produzione di Factory Compagnia Transadriatica, a depositarsi con profondità. Non uno schiaffo. Piuttosto una pressione che accompagna. Un’onda che insiste.Il riferimento è il naufragio del 28 marzo 1997, quando la nave albanese Katër i Radës affondò nel Canale d’Otranto. Ottantuno vittime. Uno spartiacque simbolico nella storia recente del Mediterraneo, sempre più cimitero di anime reiette dalla storia. Da quel momento il mare smette di essere solo confine e diventa teatro di collisioni, responsabilità rimosse, esodi che si ripetono.La Puglia – Brindisi, Bari – si conferma soglia fragile. Primo approdo, e a volte primo trauma.

La scenografia è il primo incanto. Suggestiva, mobile. Una sorta di girandola peschereccia fatta di assi, lampare, corde, reti, memorie che galleggiano come ciambelle di salvataggio sospese. Tutto ruota lentamente. Come il tempo del mare. Come la storia che ritorna.Le luci sono lunari, a tratti livide. Accarezzano e feriscono. Il palco diventa un’imbarcazione mentale, un porto che non accoglie, un fondale che inghiotte.

Il cuore dello spettacolo è affidato allo sguardo di due dodicenni: Lindita ed Elvis. Due bambini che diventano filtro, resistenza, possibilità di racconto. Lindita è interpretata da un’accorata Sara Bevilacqua. La vediamo adulta, in un camice medico che promette cura e futuro. Ma sotto il camice affiora una t-shirt infantile. Il corpo tradisce il tempo che ritorna. Il suo gioco è quello del mondo: saltelli spezzati, numeri tracciati a terra, equilibrio precario.Lindita nasce lo stesso giorno dell’autrice del testo, Giorgia Salicandro: una coincidenza che diventa cucitura profonda tra scrittura e biografia, tra memoria privata e storia collettiva.Elvis, interpretato con baldanza da Riccardo Lanzarone, gioca invece con un pallone immaginario. Il gesto è tutto. Il calcio come rito universale, anche quando l’oggetto non c’è. Il gioco del mondo mentre il mondo crolla. Il pallone che rimbalza nell’aria, invisibile, è un atto di ostinazione poetica: continuare a giocare anche quando tutto affonda.

La narrazione intreccia con forza biografia e mito. Dal fondo del mare riaffiora Kuçedra, il mostro primordiale che inghiotte destini. E con lui Dragùa, il bambino eletto che può sfidarlo. La favola nera si mescola alla cronaca senza appesantirla, spostando il racconto oltre il dato storico. Funziona perché restituisce al trauma una dimensione archetipica, condivisibile.

La musica è una presenza necessaria. Il violoncello di Redi Hasa attraversa la scena con eleganza elegiaca. Suono pieno, profondo. Un rito che consola e inquieta. Qui la musica non accompagna: respira con lo spettacolo.Hasa raggiunge la Puglia un anno dopo il naufragio, fuggendo dall’Albania sconvolta dall’anarchia del 1997. Nato in una famiglia d’arte – madre insegnante di violoncello, padre ballerino, fratello pianista – cresce tra spartiti e strumenti. Nel 1998 ottiene una borsa di studio al Conservatorio di Lecce. Il suo strumento, in scena, non rappresenta il mare: lo ha attraversato.Il suono del mare è scuro, materico. Ruggiti lontani, sibili, tonfi. Le voci fuori campo costruiscono una coralità continua, avvolgente. La scelta è coerente con l’idea di un racconto che non concede tregua. Tuttavia, proprio questa densità, così curata e necessaria, talvolta lascia poco spazio al silenzio delle crepe, a quel vuoto drammaturgico che il mare conosce bene e che potrebbe amplificare, per contrasto, il peso delle parole.


In questa direzione si colloca anche l’uso insistito dei microfoni, pensati come dispositivo di testimonianza e voce sommersa. La loro presenza, poetica e motivata, crea però a tratti una lieve distanza: filtra la parola, limita la mimica facciale, costringe i corpi a una geometria più trattenuta. Non compromette la visione, ma introduce un piccolo ostacolo tra attori e pubblico, come se il mare stesso si interponesse ancora una volta.

La regia di Tonio De Nitto lavora sull’orizzonte più che sul primo piano. Il palco del Verdi è ampio, profondo. I corpi si cercano, si avvicinano, poi si allontanano. Non c’è mai un abbraccio risolutivo. È una scelta coerente con il racconto: osservare, accompagnare, lasciare scorrere.Uno dei momenti più incisivi è l’evocazione della foto spenta della madre di Lindita al porto, smarrita in un’attesa vana. Un’immagine semplice, spoglia. Un vero vuoto. Qui l’aria vibra. Senza parole. È un segno che resta, più di molte spiegazioni.

Il finale è un canto funebre, una nenia a tre. Le voci si intrecciano. Non c’è catarsi, ma memoria condivisa. Come ricordava Alessandro Leogrande, il disastro della Katër i Radës segna un prima e un dopo. Uno spartiacque che ancora ci riguarda.Questa Ballata non cerca l’urlo. Sceglie la persistenza. Forse teme il silenzio, ma lo fa per non lasciare soli i sommersi. Resta addosso. Come sale sulla pelle. Il Mediterraneo qui non è sfondo: è destino. E lo sguardo di Lindita ed Elvis continua a seguirci, anche dopo il buio in sala.


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