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HAMELIN visto da Vincenzo Sardelli su Klpteatro.it

  • Feb 5
  • 3 min read

TONIO DE NITTO TRASFORMA LA FIABA DEI GRIMM IN UN THRILLER POP SUL VALORE DELL’ARTE, TRA CUFFIE, TOPI PARLANTI E UNA CITTÀ VUOTA CHE ASSOMIGLIA TERRIBILMENTE ALLA NOSTRA


Topi a gogò. Una città svuotata. Una pestilenza che corre sotto pelle, e un senso di inquietudine che non se ne va.“Hamelin”, nella versione di Factory Compagnia Transadriatica, parte come una cronaca nera e finisce come una favola disturbante, capace di parlare al presente con una precisione quasi imbarazzante.Tra Goethe, Camus e il Covid, tra leggenda medievale e talk-show televisivo, lo spettacolo visto al Teatro Kismet di Bari, davanti a ottanta spettatori per replica, è un’esperienza che ti aggancia subito e non ti molla più.

Tonio De Nitto riscrive la fiaba del Pifferaio magico dei fratelli Grimm e la piazza in una terra di confine: quella dove la storia documentata si mescola al mito e la verità diventa scivolosa.Siamo a Hamelin, Bassa Sassonia, anno 1284. Centotrenta bambini scompaiono nel nulla. Da secoli nessuno sa spiegare davvero cosa sia successo. La versione più famosa parla di una vendetta: il Pifferaio, non pagato dopo aver liberato la città dai ratti e dalla peste, trascina via i bambini con la sua musica. Ma esistono anche ipotesi più razionali: epidemie, migrazioni, isterie collettive, pellegrinaggi, lavoro cercato lontano da casa. Tutto possibile. Nulla definitivo.Ed è proprio questa ambiguità il cuore pulsante dello spettacolo. La voce off di Sara Bevilacqua, che suona come una giornalista d’altri tempi e allo stesso tempo modernissima, introduce la vicenda come se fosse un fatto di attualità. Un caso irrisolto. Un mistero che ritorna ciclicamente, come certi traumi collettivi.


Il pubblico entra in sala con le cuffie. Non è un gadget, è una dichiarazione di poetica. La scena è dominata dalla grande vetrata della chiesa di Hamelin, quella che la tradizione vuole dipinta con la storia della scomparsa dei bambini. Dal pavimento sale una nebbia densa, vischiosa: può essere la peste portata dai ratti, ma anche il sonno della ragione che genera mostri.Poi arriva lui. Il Pifferaio. Fabio Tinella lo incarna come una figura fuori dal tempo: baffi enormi, cilindro nero, palandrana rossa, colletto elisabettiano, guanti bianchi. Un artista randagio, un giullare antico, l’interprete di un teatro che sembra provenire dalla notte dei tempi. Trascina con sé un carretto, vero motore simbolico dello spettacolo: avrebbe dovuto servire a catturare i topi, finirà per catturare tutti. Anche noi.

Le cuffie sono blu per i bambini, rosse per gli adulti. Due ascolti diversi, due piani narrativi che scorrono paralleli. Ognuno vede e sente qualcosa di leggermente differente. Ognuno costruisce la propria verità. È uno dei motivi per cui “Hamelin” ha vinto l’Eolo Award 2023 come Miglior spettacolo per bambini e ragazzi: riesce a coinvolgere pubblici diversi senza semplificare, restituendo una storia compressa, densa, carica di significati.

La drammaturgia di Riccardo Spagnulo, insieme a De Nitto, gioca su più livelli temporali e simbolici. Le musiche originali di Paolo Coletta, i suoni di Graziano Giannuzzi e le luci ovattate di Davide Arseniocostruiscono un universo immersivo, amplificato dall’uso sapiente della tecnologia. Non a caso Hamelin è anche vincitore della XVI edizione di Festebà – Festival Nazionale del Teatro Ragazzi, proprio per la capacità di trasformare la visione in un’esperienza totale.


C’è spazio per il teatro di figura, per la magia, per il canto, per la prestidigitazione. I bambini vengono risucchiati in scena, diventano parte attiva del racconto. Spassosissimo il teatrino di burattini, con un topo che cita Alberto Sordi in “Un americano a Roma”: una gag irresistibile che funziona come una pausa comica e insieme come una dichiarazione d’amore al teatro che, nonostante tutto, “resiste ancora”.Ma sotto il gioco si nasconde una domanda feroce: che valore diamo oggi all’arte? Quando il Pifferaio chiede di essere pagato, viene insultato e picchiato in ogni dialetto d’Italia. È una scena comica e amarissima. Parla di un artista reietto, svalutato, deriso. Parla di un Paese che spesso considera l’arte un lusso superfluo.

“Hamelin” è buffo, caciarone, pieno di energia. Ma è anche politico, educativo, sferzante. E quando, nel finale, adulti e bambini danzano insieme, coinvolgendo attore e spettatori in un’unica comunità temporanea, il messaggio arriva chiarissimo: il teatro è un gioco serissimo. E riguarda tutti. Senza distinzioni.



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