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BALLATA PER LA KATER I RADES vista da Cecilia Ranieri su Ciranopost.com

  • Dec 29, 2025
  • 5 min read

Cronaca di un domani annegato e del naufragio dell’anima tra le macerie dell’Albania che fu: al Teatro Abeliano di Bari è andata in scena “Ballata per la Katër i Radës”, la visione teatrale di Giorgia Salicandro con la regia di Tonio De Nitto


"Il mare è il cammino che non lascia tracce, ma ogni onda riporta a riva il respiro di chi non è arrivato.” (Erri De Luca)

Esistono ferite che il mare non lava, ma restituisce sotto forma di canto. Al Teatro Abeliano di Bari, la tragedia della Kater i Rades abbandona i confini della notizia giornalistica per farsi un respiro comune. Non appena il buio avvolge la platea, ci si ritrova immersi in una voragine visiva e sonora dove ogni distrazione svanisce. Al centro della scena, su una struttura che appare come un trono solenne, siede il violoncellista Redi Hasa. Il suo tocco è magnetico e vibrante. Dall’alto, a fargli da corona scende una ruota imponente: un reliquiario sospeso da cui oscillano i resti di una nave disgregata.

Hasa, albanese di nascita, porta nello sguardo e nel corpo il dolore autentico della sua terra. Il suono che sprigiona è un abbraccio infinito, ma non per questo rassicurante; è un’eco travolgente che entra nelle membra, costringendo a percepire fisicamente tutto il peso di quella tragedia. La sua musica non si limita ad accompagnare, ma scava nel profondo, rendendo lo strazio tangibile, quasi materico. È una presenza che avvolge il racconto con una melodia che non nasconde l’orrore, ma lo rende viscerale, trasformando ogni nota in un battito di verità che risuona nel petto di chi ascolta.

A rendere questo spazio ancora più sospeso è un tappeto di voci fuori campo, maschili e femminili, che rievocano la solennità di un antico coro greco. Sono echi che richiamano i miti profondi di quella terra, evocando figure come Kucetra, la mostruosa creatura serpentina dalle molte teste che abita le acque e scatena le tempeste.  La sua ombra ancestrale si sovrappone alla realtà spietata della nave Sibilla: è un lamento che carica ogni parola di un destino ineluttabile, facendo vibrare l’aria di un pathos che sembra venire da un tempo eterno.

In questa cornice, si stagliano le figure di Elvis e Lindita, interpretati da due attori di immensa levatura quali Sara Bevilacqua e Riccardo Lanzarone. La loro prova attoriale è magistrale per intensità e rigore; riescono a incarnare l’innocenza perduta restituendo a questi volti una presenza che toglie il fiato.

Per gran parte dello spettacolo, Lindita appare vestita da medico: si rivolge con tenerezza alla propria madre, raccontandole con orgoglio il proprio percorso. È l’immagine vivente di un futuro luminoso, la promessa di una vita realizzata dedicata a chi l’ha messa al mondo. Dall’altro lato emerge l’energia irrequieta di Elvis, un ragazzino che abita con urgenza i frammenti di un’Albania che sta andando in pezzi. Le sue parole restituiscono i giochi rubati alla violenza: le sfide con gli amici di sempre, le ciliegie fatte piovere dagli alberi a forza di legnate, i messaggi segreti affidati alle panchine e firmati con nomi in codice. Nonostante un contesto dove i colpi di arma da fuoco scandiscono i giorni, nel suo racconto vibra la voglia ostinata di una giovinezza possibile. È la stessa spinta che accomunava tanti ragazzi di allora, pronti a imbarcarsi con i documenti cuciti con cura dentro le fodere dei vestiti, affinché la propria identità non andasse perduta, per garantire un nome a quel corpo qualora il mare avesse deciso di prendersi tutto il resto.

In quegli anni, lo sconquasso era diventato l’unico modus vivendi possibile di un sistema ormai imploso. Lo Stato albanese era di fatto evaporato, lasciando il posto a un’anarchia dove l’assenza di ogni regola permetteva ai palazzi di sorgere dal nulla in una notte: scheletri di cemento privi di fondamenta e di futuro. Era l’effetto del crollo delle società piramidali, un gigantesco inganno collettivo che aveva polverizzato i risparmi di un intero popolo, lasciando migliaia di famiglie senza più terra sotto i piedi. In questo abisso di istituzioni fantasma, la vita diventa un’urgenza che spinge verso il mare.

Ma proprio quando il viaggio sta per cominciare, la visione si rompe: Lindita si toglie il camice e quel sogno di donna realizzata si dissolve. In scena resta solo la verità di una bambina che si prepara a salire sulla nave; quel camice era la proiezione di un domani che le apparteneva solo nel desiderio, l’illusione di una vita che si scontra con la realtà di una partenza disperata da un caos che non lascia scelta.

È qui che si giustifica quel comando finale, “Non ti voltare”. Un grido che squarcia la scena, che non è solo un addio alla patria, ma un disperato incitamento alla vita. È un ordine che sprona a correre, a guardare avanti, a non farsi schiacciare dalla nostalgia per poter finalmente nascere altrove. Raggiungere quel battello stracarico significa toccare l’apice della speranza: il mare è calmo, l’animo è colmo di una tranquillità ingannevole. È il momento dell’euforia, il respiro profondo di chi crede di aver conquistato la salvezza. Ma è il 28 marzo 1997, un Venerdì Santo di luce tradita, dove il desiderio di rinascita si mette in viaggio ignaro di andare incontro a una Passione senza resurrezione.

Quella quiete è l’anticamera dell’oscurità. Le parole di Elvis diventano un flusso serrato, un resoconto febbrile nel momento in cui la protezione si trasforma in condanna. Come ricostruito da Alessandro Leogrande, donne e bambini vengono spinti nella pancia del battello, ammassati nella stiva. È lì che il ritmo della narrazione accelera, trascinandoci nel delirio dell’inseguimento: una nave militare accerchia la motovedetta senza rispettare le norme di sicurezza. Nel buio esplode il bagliore accecante della nave Sibilla, mentre le voci dagli autoparlanti gridano ordini spietati “Tornate indietro o verrete arrestati!”. Poi un grande tonfo.

In quel momento i due protagonisti iniziano a muoversi come se fossero prigionieri di un elemento denso e invisibile: sono i loro corpi a simulare l’annegamento, agitandosi sott’acqua come ingoiati da una balena che, non offre rifugio ma morte. Non è un ventre che protegge, ma un mare che divora. In questo gorgo, quelle membra diventano come pesci che boccheggiano cercando l’aria, in un’ultima lotta disperata prima che tutto si capovolga, trasformando il metallo in una prigione sommersa. La speranza di Lindita si spegne dietro il vetro di un oblò che si inabissa.

Le ultime sequenze sono ferite aperte. Sul fondo si staglia l’immagine di una madre che guarda il mare in lacrime, prigioniera di un’attesa vana e di un addio senza corpo per una figlia che non potrà mai tornare. A questo dolore si contrappone il miracolo amaro della sopravvivenza: un uomo che tiene in braccio un bambino. È Elvis, l’unico riemerso vivo da quell’abisso di silenzio.

Resta l’ultima nota di Redi Hasa a svanire nel buio, mentre quei nomi cuciti sulla pelle diventano un lascito che non si può ignorare. Nel silenzio che avvolge il pubblico, la memoria di quel naufragio smette di essere cronaca per farsi destino condiviso, inchiodando ogni sguardo a un orizzonte che ha smesso di essere lontano.


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