top of page

(H)amleto visto da Francesco Brusa su altrevelocita.it

  • 4 days ago
  • 2 min read

Aprire e richiudere Shakespeare. (H)amleto di Factory Compagnia Transadriatica

Essere o non essere Amleto? – parafrasando in maniera sin troppo facile l’originale, questo è forse il dilemma che attraversa la composizione scenico-drammaturgica di (H)amleto di Factory Compagnia Transadriatica per la regia di Tonio De Nitto e Fabio Tinella. Il perno più evidente del rifacimento scespiriano da parte delle compagnia pugliese è infatti la presenza, nei panni del protagonista della tragedia, di un ragazzo con sindrome di Down, Fabrizio Tana, che oltre a rivestire il proprio personaggio di una fisicità sincopata e sovversiva ne riscrive anche il linguaggio: il testo, spesso affidato a una voce esterna, è il frutto di pensieri, libere associazioni e dialoghi intrattenuti per più di un anno dallo stesso Tana e poi riarrangiati dai curatori dello spettacolo. Il risultato è davvero l’invenzione di una lingua inedita, di un idioletto nel senso più teatralmente fecondo del termine: i versi e le battute di Amleto vengono disossati, rimuginati e rimasticati dentro una peculiare sintassi psichica e, se possibile per quella che è forse la tragedia dai tratti più introspettivi del grande drammaturgo inglese, “sovra-nevrotizzati” nel loro già alto carico di inquietudine e tensione.

È qui che in qualche modo si installa il dilemma menzionato in apertura. Questa riscrittura, ma verrebbe quasi da dire questa con-scrittura corporea e umorale, è comunque riposizionata dentro un andamento molto strutturato e in fin dei conti fedele all’originale. La felicità scenica dell’allestimento – oltre alla già descritta reinvenzione testuale, (H)amleto rifulge di una potente capacità evocativa, giocando fra luci e costumi con tinte accese ma al tempo stesso di perturbante rarefazione e generando un affascinante inciampo di intenzioni recitative, grazie al connubio fra iper-teatralità di una parte degli attori (Orazio, soprattutto, ma anche Claudio) e anti-teatralità, o contro-teatralità, delle persone con disabilità sul palco (l’intensa Ofelia) – viene cioè ancorata saldamente alla parabola narrativa (e, dunque, di senso?) della tragedia di Shakespeare, nonostante i diversi rivoli di potenziale deragliamento drammaturgico. È allora Fabrizio Tana (e la compagnia tutta) che fa, fa proprio, ri-fa, Amleto o è Amleto che in fin dei conti ritiene attori e attrici entro le proprie coordinate?

Verrebbe da rispondere che lo spettacolo di Factory Compagnia Transadriatica trovi una sintesi fra queste due tensioni. Ma, allo stesso tempo, si percepisce come un divario irrisolto fra alcune premesse dell’impianto rappresentativo (la scelta, per esempio, dell’apertura iniziale di collocare tutti i personaggi in una dimensione che sembra di post-mortem, in uno spazio di vivida astrazione che non può che non apparire come un terreno inconscio o subconscio) e lo svolgimento a tratti anche sempre più concitato, quasi si volesse utilizzare il ritmo come viatico di enfasi e significato per arrivare al noto scioglimento delle vicende in cui, di fatto, a prevalere sono le immagini e le parole implicite del drammaturgo inglese – in una “richiusura su se stesso” del testo che, forse, a quel punto sovrascrive nuovamente l’originalissima riscrittura, riconducendone gli elementi e gli spunti più dirompenti a servizio del dramma originario e dei suoi temi.


Francesco Brusa,


Comments


Post in evidenza
Post Recenti
Cerca per tag
Seguici
  • Facebook Basic Square
  • Twitter Basic Square
  • Google+ Basic Square

© 2022 Associazione Culturale Factory Compagnia Transadriatica

  • Facebook - Black Circle
  • Twitter - Black Circle
  • YouTube - Black Circle
bottom of page