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HAMELIN visto da Manuela Camponovo su L'Osservatore (Ch)





Alla ricerca del pifferaio magico


Non si tratta solo di fiabe, intrattenimento fantasioso ed educativo per bambini, questo lo sappiamo. Con una ormai sterminata bibliografia di studi, siamo abituati ad attribuire al genere significati “altri”, sociali, antropologici, psicologici, simbolici… come al mito, al sogno e ad ogni prodotto fantastico della mente umana, che a sua volta rimanda ad una rielaborazione o spunto reali, esterni od intimi dell’esperienza.


Il pifferaio magico, dunque, e la città tedesca da cui tutto ebbe inizio, sono al centro di Hamelin, lo spettacolo andato in scena nel pomeriggio allo Studio Foce di Lugano, come proposta mensile del cartellone di “Senza confini”. Un limite di spettatori, la consegna (con relative istruzioni) delle cuffie, luce blu per i bambini, rossa per gli adulti: questo lo spartiacque della doppia versione. I temi trattati sono diversi come le tecniche, i rimandi, le citazioni, l’intreccio linguistico… I grandi potranno ascoltare una sorta di parafrasi abbiano dell’inchiesta giornalistica frammentata con documentazione, materiali d’archivio, testimonianze sul mistero di fondo: 130 bambini sono scomparsi davvero e nessuno ha mai saputo che fine abbiano fatto. Insomma, in stile “Chi l’ha visto”. Tolte le cuffie, si passa all’altro motivo, quello dell’artista che appare in carne e ossa con il suo carretto di Tespi, un preludio di magia dal vivo, la narrazione cantata, in stile opera brechtiana, introducono alla storia, la peste, l’invasione dei topi, la reclusione degli abitanti (in ricordo anche della recente pandemia), per poi aprire la “baracca” all’avvicendarsi di sagome, ombre, fino all’alter ego del personaggio che riappare in forma di burattino, alle prese con un topastro (forse questa dialettica è tirata un po’ troppo per le lunghe). Nello squinternato linguaggio d’inflessione dialettale, troviamo anche una citazione da cinema di Sordi, ma questo può valere solo per gli adulti; i bambini, dopo una prima timidezza, coinvolti a partecipare alla gara dei due burattini, non si fanno pregare. Insomma, il pifferaio libera la città dai topi, ma il compenso è formato da insulti e anche botte all’artista che denuncia il bullismo passato, e l’emarginazione, il disprezzo odierni. Nelle cuffie, di nuovo indossate, gli adulti ascoltano le voci del popolo che inveiscono contro l’artista con tutto il repertorio dei luoghi comuni e anche con un eccesso di violenza verbale, a sottolineare l’esasperazione di chi si sente chiamato in causa e soffre queste ingiustizie. La fiaba dirotta verso la denuncia sociale. Il pifferaio si rivolge allora direttamente ad alcuni bambini, non con acrimoniosa vendetta ma con allegria, munisce di strumenti musicali invisibili e invita a seguirlo sul palco e questo è il momento più emozionante, quando il gruppetto sparisce, carro, artista e piccoli, in un’apertura del fondale. Ricorda un po’ anche il tema trattato dallo spettacolo di gennaio, CartaSìa, il varco significa libertà di essere quello che si desidera. Nel caso dei bambini, un’infanzia non tradita da troppa protezione, il pifferaio con la poesia della musica, ragguaglia i genitori: lasciateli giocare, cadere, sbagliare, nel disordine, nella natura, non frenate la loro spontaneità, insomma, sarebbe questa la morale che arriva ad includere, con una punta di ironica (speriamo) megalomania, anche la famosa citazione papale, della “carezza ai bambini” questa volta data dall’artista. Quando i bambini (“rapiti”, nel senso ottimistico, dal fascino della musica) tornano è la festa generale di un ballo che travolge piccoli e grandi, in un abbraccio morale non privo di retorica.


Uno spettacolo fin troppo ambizioso nel toccare svariate tematiche, sostenuto da una disarmante passione per il teatro e l’infanzia. Ma dato che di ogni narrazione complessa ci possono essere diverse interpretazioni, e tra queste c’è quella del lettore-spettatore che può averne una sua di segno totalmente opposto, possiamo anche avanzare l’ipotesi, oltre il buonismo ottimista: e se il pifferaio magico fosse un eroe negativo, dal quale stare in guardia? Gli incantatori oggi hanno travestimenti accattivanti, non ci sono orchi e uomini neri a minacciare, ma una seduzione di bellezza, una straordinaria abilità manipolatoria, capace di trascinare a sé e d’imprigionare le volontà delle persone più fragili. La cronaca lo racconta ogni giorno. Ma in senso positivo il pifferaio qui resta la figura liberatoria che invita a far cadere ogni inibizione e ad abbandonarsi alla festa. Anche in questo caso: amare vuol dire lasciare andare. La vita è un rischio, ma non si cresce senza affrontarne i pericoli. Uno spettacolo che, nelle sue ambiguità e alcune imperfezioni stilistiche, offre diversi spunti di riflessione.


La produzione è di Factory compagnia transadriatica – Sipario Toscana; autore e regista Tonio De Nitto; bravo interprete Fabio Tinella, dramaturg Riccardo Spagnulo, ma vanno citate ancora almeno le musiche di Paolo Coletta.

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