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Questione di pinna - Diario di un brutto anatroccolo visto da Chiara Cataldo su corrieredellospettacolo.net

January 8, 2017

Qualche sera fa in occasione della terza edizione di KIDS, il Festival internazionale di teatro per bambini giunto ormai alla terza edizione, il Teatro Paisiello di Lecce ha ospitato la Compagnia Factory Transadriatica di Tonio de Nitto con il suo ultimo lavoro “Diario di un brutto anatroccolo“.

Al centro del palco due attori e due attrici, quattro entità metà uomo metà anatroccolo, con tanto di pinne e occhialini gialli. Tre anatroccoli si sfidano senza tregua ad essere i “più”: il più agile a tuffarsi, il più ballerino, il più canterino a starnazzare, il più veloce a dare la risposta alla domanda della maestra, il più preciso nell’incastrare le travi in una catena di montaggio. Ad ogni sfida solo uno dei quattro “piccoli”- sprovvisto di pinne – una ragazza down, si isola dal gruppo e quando viene coinvolta dai tre viene sbeffeggiata con ogni mezzo, tra palloncini e pernacchie. Come nella fiaba di Andersen, l’anatroccolo colleziona delusioni, dal primo giorno di scuola in cui si fa bersaglio di una montagna di palline di carta, al primo incontro amoroso e al primo giorno di lavoro, in cui però avviene qualcosa di magico: è proprio il brutto anatroccolo a dare ordini ai colleghi “diversi”, a scandire il ritmo del lavoro di fabbrica e a dar vita ad uno dei momenti più forti del terremoto emotivo che è questo spettacolo. Il brutto anatroccolo mette insieme tante angherie così che nulla arriva più a scalfirlo: nulla fa più male. Ma, come si dice, ciò che non uccide fortifica, al punto che l’anatroccolo un tempo oggetto di monetine come un mendicante nell’indifferenza di una grande città, riconosce sé stesso come diverso e senza dolore grazie a chi lo circonda: il personaggio è salvo e finisce trionfante al centro della ribalta.  Le molteplici versioni de “Il lago dei cigni” di Tchaikovsky scandiscono il tempo, intervallato da suoni naturalistici di acqua e spari lontani, i giochi di luce e le proiezioni accompagnano la storia senza nessuna parola – ancora una volta formula vincente – in cui il linguaggio fisico supera ogni limite e arriva ad ogni spettatore, qualsiasi sia l’età: de Nitto riesce ad affrontare un argomento delicato senza cadere nel banale, senza provocare scetticismi e suscettibilità.

Questo “Diario di un brutto anatroccolo” è indispensabile e ci coinvolge: a chi non è capitato di essere escluso o di escludere qualcuno perché fuori dal coro?  “Gli ultimi saranno ultimi se i primi sono irraggiungibili”, cantava qualcuno. Il lavoro di de Nitto è incisivo,  leggero e mai superficiale, didattico seppur nella sua semplcità, uno spettacolo diverso sulla diversità: emblematico che il teatro fosse completamente muto di fronte all’equilibrio di un castello di carte da gioco che è questo Diario.

Chiara Cataldo

 

 

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