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November 16, 2019

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La compagnia Factory al Teatro India di Roma

 

Cosi come accadeva per il film Romeo + Giulietta di Baz Luhrmann in cui quel teatro all’aperto smembrato, sfasciato e abbandonato era l’emblema e la chiave di lettura postmoderna di tutto il film, un significativo segno su cui ruotava la lamentevole storia d’amore di Romeo per Giulietta, nella attuale versione della Factory di Tonio De Nitto accade le stessa cosa. 

 

La regia assume come simbolo dello spettacolo e relativa chiave di volta della messinscena delle leggendarie luminarie da festa di paese. E così facendo ci trasporta d’incanto in una piazza assolata del centro antico di Lecce, dove la Compagnia ha residenza. Tutto ruota intorno ad una atmosfera allegra e spensierata di una antica tradizione. Ovviamente come in ogni buon borgo che si rispetti esistono fazioni contrarie ed avverse, e le famiglie dei Capuleti e i Montecchi non fanno eccezione, anche loro soffrono di ataviche antipatie. L’amore che scocca all’improvviso fra i due rampolli delle due caste potrebbe servire a sciogliere quell’antico odio. 

 

Questo è l’ambizioso piano di Frate Lorenzo nell’unirli segretamente nel fugace ed immantinente matrimonio. Ma le cose non andranno secondo i desideri dell’ignavo Frate. Tutto precipita velocemente e solo la morte di entrambi i ragazzi, forse, porterà pace ed unione fra le due famiglie contrapposte. Tutta la storia, veloce e fulminea, come un flashback, è raccontata in un inter-scambio continuo sotto lucine e lucette che brillano e che i proiettori rafforzano per esaltare la tenue e delicata luce di quelle luminarie. Anche l’amplesso fra i due ragazzi – in verità Giulietta è leggermente più matura, è già donna, in contrasto con la fragilità e l’immaturità di Romeo, come a registrare una maggiore presa di coscienza a intraprendere un percorso pieno d’ostacoli – si consuma in piazza alla luce dei fatti che dovranno per forza di cose coinvolgere tutto la comunità di cui fanno parte. Speculare a Romo e Gluilietta andata in scena al Teatro India di Roma in marzo è La Bisbetica Domata di scena invece fino a domenica 17 maggio. Contrariamente alla storia romantica dei due innamorati di Verona qui siamo in una Padova spettrale, orrorifica rappresentata come un circo degli orrori, un casa dei fantasmi al luna park. Trucco marcato e grottesco sugli attori e costumi caricaturali. Battista ha due figlie e per maritarne una, la preferita, la più bella e la più corteggiata, forse anche più spregiudicata: Bianca – qui un originale en-travesti – deve prima liberarsi della prima, la scorbutica e sincera Caterina. Per facilitarsi il compito i corteggiatori di Bianca intravedono in Petruccio, un attempato ereditiero, cialtrone, sbruffone e lagnoso, qui rappresentato in onore del circo di cui sopra didascalicamente come un domatore con tanto di stivali, frustino, cilindro e casacca. Caterina viene data in moglie in fretta e furia al pretendente e le nozze si svolgeranno di li a poco.

 

Sfoltito, per economia evidentemente, di tutta la bellezza del IV atto in cui i servi di casa di Petruccio solidarizzano anche loro vessati dal padrone con Caterina, si arriva velocemente all’addomesticamento della bisbetica in un giuoco di travestimenti a catena, e di teatro nel teatro, come vuole poi l’origine della commedia, fino a giungere al finale tragico di questa versione in cui una manichea Caterina violentata, oppressa e sfranta dalle angherie del novello sposo finalmente si sottomette. ‘Però mi vuole bene, tanto bene…’. Il connubio fra il traduttore (molto più notevole in Romeo e Giulietta che nella Bisbetica) Francesco Niccolini ed il regista Tonio De Nitto dà origine a due spettacoli veramente interessanti e autentici per sincerità e genuinità, disponendo una compagine di attori intensi e generosi, uno su tutti il bravissimo Dario Cadei, senza tralasciare l’apporto fondanentale e originale della scenografa Roberta Dori Puddu, i costumi di Lapi Lou e gli inserti musicali di Paolo Coletta.

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