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Mattia e il nonno ri-visto da Michele di Donato su Il Pickwick

May 29, 2020

Due gli spettacoli che rivedo: Mattia e il nonno e Diario di un brutto anatroccolo. Al primo s’era assistito in condizioni di calura proibitiva alla Casetta della Cultura di Novoli durante la scorsa edizione de I Teatri della Cupa; rivederlo a Manifatture Knos, in condizioni “dignitose” (ché in quel fin di luglio l’afa torrida ci aveva accomunati in un unico bagno di sudore fra piccolo palco e platea gremita) mi dà modo di averne una percezione migliore e più compiuta, una nuova visione che restituisce ai miei occhi non solo l’immagine di uno spettacolo ben fatto – quale non era potuto essere del tutto la scorsa estate per le penalizzanti condizioni della messinscena – ma anche il valore aggiunto di sfumature e dettagli percepibili con maggiore evidenza; come già ebbi a scrivere, la favola funziona e regge per sua intrinseca natura e suo proprio valore, ma da questa nuova visione ne risultano ben più efficaci sia l’interpretazione di Ippolito Chiarello che

l’impostazione registica, la quale beneficia di un disegno luci semplice ma efficace che connota di coloriture tenui, essenziali ma significative alcuni dei momenti chiave della narrazione. È una regia sostanzialmente diversa rispetto a quelle alle quali ci ha abituato Tonio De Nitto, che meno concede al proprio immaginario poetico per rimanere discosto e mettersi di fatto al servizio della fiaba e dell’attore che la interpreta, come eclissandosi, mantenendo la delicatezza di un occhio che sovrintende, evitando che la mano sovrabbondi ma al contempo maneggiando con tatto il lavoro. Il risultato, grazie anche all’interpretazione intensa e precisa di Chiarello, è una messinscena di grande delicatezza, che racconta con garbo rarefatto un tema altrimenti scabroso come quello della morte, nella percezione che può averne un bambino quando la incontra per la prima volta. Lo fa con la convenzione della fiaba, per cui quel che è non è ciò che appare, così come la morte, che per Mattia si trasforma da esperienza tragica in rito di passaggio, in trasmissione di un’eredità immateriale, per cui portiamo chi amiamo sempre con noi, anche quando smette di vivere, anche quando quell’involucro chiamato corpo, come l’esuvia di un insetto, cessa di vivere, la sua anima perdura nel cuore dei suoi cari e “una persona che amiamo resta per sempre con noi”. 

 

http://www.ilpickwick.it/index.php/teatro/item/4181-kids-festival-e-il-teatro-senza-apposizioni-superflue

 

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