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Diario di un brutto anatroccolo visto da Ilena Ambrosio su Pac

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(...) È levità elegante e poetica, divertente e commovente insieme, a fare da tinta del Diario di un brutto anatroccolo, produzione di Factory Compagnia transadriatica – padroni di casa insieme a Principio Attivo Teatro. La favola di Andersen nella rilettura di Tonio De Nitto resta un itinerario di formazione ma articolato in quadri dalle ambientazioni proiettate sul morbido telo che fa da

fondale (scene di Roberta Dori Puddu), variopinti dal delicato disegno luci di Davide Arsenio e sonorizzati dalle musiche di Paolo Coletta: pagine di diario i cui capitoli leggiamo, di volta in volta, proiettati in bel corsivo sul fondo. Il racconto è affidato al gesto, al verso onomatopeico e alle azioni dei quattro interpreti che in perfetta sintonia – nonostante l’assenza di Ilaria Carlucci sostituita con coraggio e bravura da Michela Marrazzi – compensano con icasticità l’assenza di parola, aiutati dai simpatici e ingegnosi costumi di Lapi Lou.
Fin dalla prima scena – lo schiudersi di tre uova: corpi che si espandono con difficoltà da una posizione rannicchiata – si delinea la differenza tra il “gruppo” e quel quarto anatroccolo lento a nascere: piccolo e gracilino, bravo a nuotare, sì, ma incapace di starnazzare e poi con quei piedini racchiusi in scarpe da ballerina così diverse dalle grandi e goffe pinne degli altri. Uno stranezza la sua che gli costerà bullismo a scuola e mobbing a lavoro. Troverà l’amore: romantico e tenerissimo il capitolo “Luca” con Luca Pastore. Andrà per il mondo, proprio come nella favola: gli spari dei cacciatori saranno, qui, i rumori della guerra, i boschi e i laghi ghiacciati, le strade di una città indifferenti come i suoi passanti.La delicatezza della favola acquista spessore, tridimensionalità nella concretezza della vita, rendendo, questo, il racconto di tutte le diversità, di chiunque sia per qualche motivo «non del tutto normale». Eppure nella resa scenica ideata da De Nitto quella “anormalità” è qualcosa di diverso dalla bruttezza e la goffaggine dell’animaletto anderseniano. La leggiadria del movimento di Francesca De Pasquale, gli intermezzi di danza sulle note di Tchaikoskij tra un capitolo e l’altro ci dicono subito il suo essere cigno. L’acquisizione della consapevolezza che deve passare per lo scherno, per il disagio, per l’abbandono è allora iter necessario che il “diverso” deve percorrere, viaggio nel mondo, ma anche in sé, per poter sentire, capire e accettare ciò che davvero è.Nel finale lo specchio d’acqua della favola è un fondale argenteo in cui l’anatroccolo potrà riconoscere la sua vera natura e sui cui potrà imprimersi, come titolo di coda, proprio quella consapevolezza: “Sono io”.La leggerezza è allora viatico di un senso necessario, coraggioso e, propriamente, formativo della coscienza dei futuri adulti seduti in sala.

 

 

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