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November 16, 2019

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IL MISANTROPO visto da Alessandro Toppi su Hystrio 4/2018

April 1, 2019

Bisogna distinguere tra ciò che si vede e quel che sta accadendo ne Il Misantropo di Tonio De Nitto. Si vede la trama molièriana e si vedono i costumi con sbuffi e nastrini, i volti imbiancati, le parrucche di boccoli e tutto un darsi con gesti ostentati, frasi cantate, coreografie pantomimiche è questa la recita che si recita anche stasera. Quel che sta accadendo, invece, è il crollo di un assetto, di cui non avvertiamo l'incedere - presi come siamo dal chiacchiericcio - ma che caratterizza il finale per cui la scena si disfa lasciando macerie: la grande cornice che funge da fondale perde gli addobbi, il piede del divano s'inclina, il lampadario cede sfiorando l'assito e ovunque c'è polvere e calce. Così il vecchio teatro - non quello di Molière, sia chiaro, ma quello reiterato da Ministero e Regioni: il vetusto teatrume tenuto in vita dalle Commissioni Prosa, da sindaci e assessori, da certi direttori di Nazionali - muore delle sue crepe: a nulla sono valse le petizioni di principio, la rigida coerenza e l'onestà critica ci cui Alceste s'è fatto testimonianza carnale. Quindi De Nitto usa Molière per confessare un malessere che è personale e collettivo (riguarda chi fa teatro ai margini del sistema) così connettendosi alla diatriba tra artisti e potere che, dal 1666 di Molière (che scrisse Il Misantropo anche per replicare alla censura del Tartufo), oggi prosegue con aggiornamenti formali. E se dubbi genera l'adattamento drammaturgia di Niccolini - facile modernizzare con volgarità e allusioni contemporanee - invece merita menzione sia la regia, capace di giocare con gli stilemi della farsa, che la performance dell'intera compagnia: Ippolito Chiarello, in particolare, è un Alceste moralmente spaesato; Angela De Gaetano rende Célimène una diva da bacetti e smancerie; ingrugnita è l'Arsinoè di Sara Bevilacqua.

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