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Alceste, la croce del diverso Convince al nuovo Abeliano la messinscena del “Misantropo" Italo Interesse su Quotidiano di Bari

March 6, 2019

 

Più che un misantropo, Alceste è un pedante, un intransigente in fatto di dirittura morale. Non fugge il prossimo per incapacità d’integrazione, al contrario lo cerca, ma nella direzione sbagliata, ovvero tra gli ipocriti, gli omologati, gli opportunisti e i meschini che compongono il degradato humus dell’alta società francese dell’era barocca. Non trovandolo, piomba nella frustrazione. E’ un diverso, un “perdente”. Amaro a lui. Questa dimensione amplificata della solitudine è ben espressa nella messinscena del capolavoro di Molière che, diretto da Tonio De Nitto e prodotto da Factory compagnia transadriatica e Accademia Perduta Romagna Teatri, è stato in cartellone al Nuovo Abeliano per la stagione dei Teatri di Bari. De Nitto mette in parallelo la stessa decadenza, quella della società del Re Sole e quella della società globale. Per tale motivo costumi, movenze, posture e atteggiamenti comportamentali oscillano su piani temporali distanti tre secoli. Sicchè, ad esempio, se Oronte è il prototipo del cortigiano-cicisbeo, Celimene è il prototipo della famme fatale modello metà Novecento. Il contrasto, tuttavia, non sprigiona scintille. A giustificare l’osmosi è il gigantesco specchio-velardo che, contonato da una cornice barocca ovviamente dorata, si erge, e un pò grava, leggermente inclinato in avanti a fondo scena. In esso due mondi si specchiano. Se come Alice si oltrepassasse la fatale soglia, dall’altra parte lo spettacolo sarebbe il medesimo, mutatis mutandis, s’intende. Per cui anche al di là dello specchio ad accompagnare l’azione sarebbero scricchiolii sinistri, tonfi di calcinacci, nuvolette di polvere e lampadari precari che vengono giù. Nei quali segnali di cedimento è facile leggere sia la’annuncio dell’era dei Lumi, sia quella del probabile, prossimo Rivolgimento. I bravi Ippolito Chiarello (Alceste) e Angela De Gaetano (Celimene) rappresentano gli estremi, anche temporali, entro cui la messinscena pendola. Intorno a questa ben assortita coppia, danza canta e si agita - talvolta esagera - un cast competitivo composto da Sara Bevilacqua, Dario Cadei, Ilaria Carlucci, Franco Ferrante, Luca Pastore e Fabio Tinella. Come-il-faut anche i contributi di Porziana Catalano e Iole Cilento (scene), Lapi Lou (costumi), Davide Arsenio (luci), Paolo Coletta (musiche). Nell’insieme un lavoro arioso i cui toni frizzanti contrastano efficacemente la sostanziale tristezza che il protagonista effonde. 

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