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...Factory Compagnia Transadriatica ha presentato invece Il Misantropo di Molière, per la regia di Tonio De Nitto, regista che dopo le esplorazioni shakespeariane, continua a indagare l’animo umano attraverso uno dei maggiori esiti del repertorio molieranio. Il critico italiano Ferdinando Neri definì quest’opera, insieme a Don Giovanni e Tartufo, «il momento drammatico» di Molière: pur conservando la struttura propria della commedia, essa è impregnata di elementi tragici che costringono la corte di Francia a guardarsi dentro e percepire il vuoto che risiede dietro i fastosi costumi e i vizi del tempo.
La scena è abitata da una grande cornice dorata in stile barocco, che con i cambi luce si trasforma in quadro o specchio, attraverso il quale hanno luogo azioni, tutte in pausa, che fanno da contraltare alla scena. Le scenografie, realizzate da Porziana Catalano e Iole Cilento, con le costruzioni di Damiano Pastoressa, ben si prestano a restituire al pubblico l’ostentata sfarzosità, propria della Francia di Luigi XIV – per il quale lavorò –  e diventano un ottimo espediente registico per dare spazio alla tridimensionalità dei ruoli, come se in quella dimensione nascosta potessero dare spazio alla loro autenticità.

 

Protagonista della storia Alceste, “uomo d’onore” che fa della verità e della giustizia la sua ragione di vita, illudendosi di poter combattere l’ipocrisia, i costumi e i vizi corrotti del tempo. Quella stessa ragione che lo guida nella ricerca del vero, lo abbandonerà nel momento in cui si innamorerà della seducente Celimene, interpretata dalla sempre puntuale Angela De Gaetano, che definisce il personaggio minuziosamente e armonicamente nell’evolversi della linea del ruolo. I costumi di Lapi Lou – vesti ornate di nastre, gale e fiocchi con tanto di parrucche e volti truccati – ben traducono le eccentricità della corte. Fulgido esempio di chi si è abbandonato ai vizi del tempo i marchesi Acaste e Clitandro, giocati magistralmente da Fabio Tinella e Dario Cadei, ai quali si aggiunge l’acting tagliente e sferzante di Sara Bevilacqua nel ruolo di Arsinoè e Franco Ferrantenei panni del divertente Oronte.

Alceste, interpretato da Ippolito Chiarello, è un “atrabiliare innamorato” – sottotitolo della commedia – il cui ossessivo desiderio di sincerità diventa una malattia. Tutti lo guardano con distacco ironico ma ne hanno una profonda stima, come dimostrano l’amico Filinte (Luca Pastore) o Eliante (Ilaria Carlucci). Possiamo ridere di Alceste per il suo ossessivo desiderio di sincerità, ma non abbiamo il coraggio di farlo (almeno così dovrebbe essere). Alceste diventa paradigma degli ultimi, Don Chisciotte contro i mulini a vento, emarginato e condannato alla solitudine per aver scelto di non sottostare ai giochi di potere, ai compromessi e alle ipocrisie.

La traduzione e l’adattamento drammaturgico di Francesco Niccolini conservano l’intelligenza corrosiva dell’originale, così come la semplicità del discorso drammaturgico, che diventa sempre più essenziale quanto più Molière mette sotto la lente di ingrandimento la natura, l’uomo, le cose. Le musiche originali di Paolo Coletta seguono il ritmo della scena e definiscono i tratti salienti del personaggio, che come fa con un vestito, indossa il brano che più gli si confà. Nonostante questa interessante e ponderata operazione di caratterizzazione del ruolo attraverso la musica, c’è da dire che la messa in scena, a ragion di ciò, risulta a tratti forzata e disarmonica, troppo distante dalla linearità del tessuto drammaturgico, come ad esempio la canzone napoletana cantata da Acaste: questo è un ambito su cui è possibile qualche ulteriore pensiero di analisi da parte della regia.

 

Scivolando sul finale, tutti i personaggi si disintegrano, insieme alle loro convenzioni e ai costumi corrotti dell’alta borghesia. Tra questi vi è Celimene, polo dialettico opposto di Alceste, condannata come lui ad un’eterna solitudine: il suo desiderio di essere amata ha lo stesso eroico furore di quello di Alceste nella ricerca ossessiva della verità.

Nel complesso Il Misantropo proposto dalla compagnia Factory, la cui coralità resta uno dei tratti distintivi, si rivela profondo nella resa scenica ricca di immagini e di rielaborazioni, che continuano a scrutare l’animo umano e ad interrogarci sul nostro tempo. Asciugarlo da qualche lungaggine che in alcune parti lo rende complicato da attraversare, potrebbe amplificarne a nostro avviso l’efficacia ai fini scenici.

 

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