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Diario di un brutto anatroccolo: l’educazione sentimentale di Factory-De Nitto

MONICA VARRESE | La fiaba non è soltanto un genere letterario, ma un archetipo dell’introspettivo, che unisce molteplici dimensioni della sfera razionale e irrazionale del nostro pensiero, in quanto la storia si intreccia con l’analisi del vissuto, che forma il lettore e lo nutre da un punto di vista sia affettivo che cognitivo. Lo psicanalista Bruno Bettelheim nel suo saggio Il mondo incantato: uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe, darà al genere letterario una connotazione catartica e purificatrice: occupandosi di problemi umani universali, i bambini (e non solo), possono trovare nel racconto una collocazione alle proprie inquietudini, riconoscerle e risolverle, portandole alla coscienza. Tutti gli esseri umani, nel proprio percorso di crescita, hanno avuto a che fare con paure e insicurezze circoscrivibili alla propria fase di sviluppo. Questo processo, che porta alla definizione di sé, va di pari passo con la conoscenza del mondo, che “arriva dall’altra parte del giardino”, come scrive Hans Christian Andersen in una delle sue più celebri fiabe, Il brutto anatroccolo.

Diario di un brutto anatroccolo, andato in scena al Teatro Paisiello di Lecce per la regia di Tonio De Nitto, è liberamente tratto da questa storia, con la quale Factory Compagnia Transadriatica continua la sua personale ricerca sui temi della diversità/identità e dell’integrazione, dopo la Caterina protagonista de La Bisbetica domata di Shakespeare.


La storia del brutto anatroccolo, interpretato dalla viscerale Francesca De Pasquale, si sviluppa per quadri che si traducono nelle scene oniriche e visionarie di Roberta Dori Poddu. Ad ogni capitolo del diario, introdotto da una scritta in corsivo proiettata su una grande tenda collocata sul fondo della scena, corrisponde un tassello di vita vissuta, tutte “le prime volte” della protagonista, in bilico tra il desiderio di scoperta e la paura di varcare la soglia del mondo conosciuto.

Si parte dalla nascita. La scena è bagnata da una luce semibuia che crea un’atmosfera immersiva, amplificata dall’effetto sonoro dell’acqua (elemento che tornerà spesso nelle sue molteplici varianti), incastrato alla partitura dei movimenti che si legano al respiro. Il corpo del brutto anatroccolo non si muove come quello degli altri, così come la voce, che risuona lontana dai codici definiti dal nucleo familiare, che non riconoscendola, prende sempre più distanza da lei. I movimenti coreografici, realizzati con la collaborazione di Annamaria De Filippi, contribuiscono a cambiare in maniera organica il tempo/ritmo della scena nei diversi capitoli e diventano le battute dello spettacolo, in cui le uniche parole sono quelle proiettate sul fondo della scena. Un lavoro complesso ma dal linguaggio semplice ed evocativo, che prende forma e consistenza nell’impostazione corale, rafforzata dalla presenza preziosa di Ilaria Carlucci, Fabio Tinella e Luca Pastore, che affiancano la protagonista nell’evoluzione della storia.


Quello che si compie è un vero e proprio viaggio iniziatico – di formazione – dalla giovinezza verso l’età adulta alla ricerca del proprio Sé, in relazione al contesto storico e sociale che dà forma all’identità.

È nella seconda e nella terza fase che avviene il distacco dal mondo conosciuto (quello familiare), per entrare in relazione con quello scolastico e lavorativo. È in questa macro fase che la dimensione ludica si fa sempre più sfocata, per lasciare spazio a riflessioni più profonde, legate all’iperattività del quotidiano: le macchine, così come i corpi, diventano vittime della “tirannia dell’orologio”, impazziscono e vanno in tilt. In questa scena, come avviene in molti punti del lavoro, le musiche di Paolo Colettacontribuiscono ad evidenziare i cambi di composizione e vanno di pari passo con l’evoluzione della storia: se all’inizio sono i suoni della natura a primeggiare, andando avanti questi saranno sopraffatti dai rumori appartenenti al caos della città. Costante resta la presenza del tema dei cigni, tratto da Il lago dei cigni di Tchaikovsky.


Il disegno luci di Davide Arsenio coesiste armonicamente con questi cambi, amplificando il conflitto e passando da atmosfere più avvolgenti e intimistiche a quadri più convulsi e bellicosi. La stessa analisi emerge dai costumi di Lapi Lou, che dai colori a pastello presenti all’inizio della storia, scivola gradualmente verso scelte cromatiche più cupe e intense.

I quadri si susseguono, conducendo il brutto anatroccolo al capitolo “Luca”, il tempo dell’amore, che dalla leggerezza dei giochi iniziali, fatta di piroette e giochi di magia, si trasforma progressivamente in incubo: ogni capitolo si spoglia di colori, lasciando la protagonista sola, al centro della scena, immersa nel buio in cui è percepibile solo la sua ombra. In alcune fiabe, come quella di Peter Pan, l’ombra si riferisce alla parte non riconosciuta di sé. Pan, come il brutto anatroccolo, cerca la sua ombra perché sta cercando sé stesso. Nel percorso che definisce l’identità, la sua è una caccia all’anima. È nel quadro finale “Tutto fa un po’ male” che i temi della storia esplodono con grande potenza, traducendosi in una immagine simbolica e ricca di senso, metafora della sofferenza insita nel cammino per la conoscenza. Un percorso irto di ostacoli ma che trova il suo superamento nell’immagine di sé riflessa, rassicurante conferma dell’autenticità del proprio esistere.

Diario di un brutto anatroccolo è un lavoro prezioso, in cui il gioco si incastra alla fecondità di pensiero, toccando temi come il bullismo, la crisi del concetto di comunità, l’individualismo sfrenato del quotidiano. La forza, come sempre, sta nella coralità della compagnia, che avvalendosi in questo caso di un linguaggio universale (quello del corpo), dialoga con il pubblico di tutte le età.

DIARIO DI UN BRUTTO ANATROCCOLO

Regia di Tonio De Nitto

Con Ilaria Carlucci, Francesca De Pasquale, Fabio Tinella, Luca Pastore

Collaborazione al movimento coreografico Annamaria De Filippi

Scene di Roberta Dori Poddu

Costruzione oggetti Luigi Conte

Costumi Lapi Lou

Sarta Maria Rosa Rapanà

Musiche originali di Paolo Coletta

Luci di Davide Arsenio

Organizzazione Francesca Vetrano, Giovanna Sasso

Una produzione Factory Compagnia Transadriatica, Tir Danza

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