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September 30, 2020

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Romeo e Giulietta: De Nitto e il dramma d’adolescenza in paese

 

In che modo è possibile far rivivere la parola di Shakespeare oggi? Nell’anniversario del quattrocento anni dalla sua scomparsa la parola del bardo rimane comunque una pietra di paragone un passaggio necessario per chiunque voglia fare esperienza di regia oggi. Ed è per questo che da alcuni anni Tonio de Nitto regista e giovane pensatore della scena di origini salentine ha scelto alcuni dei più celebri lavori del maestro per elaborare il suo pensiero sul teatro. Se ne deriva un’operazione che come tutte quelle della specie profuma di devozione e tradimento, con la partenza da una riscrittura in prima dell’intera opera a cura di Francesco Niccolini, in una versione capace di mantenere una sua integrità politica e semantica, E quindi adatta ad ospitare, come un nido, la covata di De Nitto.

 

Parliamo di un’operazione che ha già quattro anni ma che solo ultimamente ha trovato forze economiche e legami per circuitare a livello nazionale, con la possibilità di proporsi al pubblico milanese nella stagione del Tieffe Menotti.

Lo spettacolo inizia già fuori dalla sala e non di rado il movimento scenico invade la platea, specificando i contorni di una concezione di abbattimento della distanza fra pubblico e scena che il regista intende perseguire. Sul palco va in scena una sagra di paese, con tanto di luminarie da festa del santo patrono, di quelle che da Roma in giù fanno già ambiente, evento, storia e antropologia del consesso sociale.

Mentre fuori sala, all’ingresso, Chiarello in abiti di scena distribuisce dei santini elettorali per la parte politica dei blu, appena in sala siamo immersi nella sagra paesana e nulla guasta, in realtà, perché abiti e costumi di scena a parte che nei mille e mille allestimenti hanno vestito questi storici personaggi del teatro di sempre, quella Verona del 1600 o giù di lì era un paesone, le famiglie che si contrastavano erano simili a quelle delle faide di paese nel sud Italia, e gli accenti ironici, lo scontro fra bande, il rapporto con l’autorità sono temi che hanno ambientazione opportuna, nell’involucro di luminarie pensato da Roberta Dori Puddu per De Nitto.

La cifra del piccolo borgo chiuso su se stesso intona precipuamente, se non in modo totale, il codice recitativo della squadra di attori coinvolti: Lea Barletti, Dario Cadei, Ippolito Chiarello, Angela De Gaetano, Filippo Paolasini, Luca Pastore, Fabio Tinella. Parliamo di esponenti di alcune delle formazioni attorali fra le più radicate nel territorio salentino, da Nasca Teatri di Terra con Ippolito Chiarello nei ruoli del padre di Giulietta e dello Speziale, a Principio Attivo Teatro con Dario Cadei nei ruoli della Balia e del Principe di Verona (super partes sui trampoli), fino a Induma Teatro con Lea Barletti nel doppio ruolo anche lei della madre di Giulietta e del padre di Romeo. L’attenzione della regia è volta a focalizzarsi sulle problematiche relazionali all’interno del nucleo familiare, sulla diversità di aspettative fra genitori e figli, che qui porta alla tragedia assoluta.

 

Le cose interessanti: sicuramente l’attenzione al microcosmo dei giovani, al dramma adolescente, che viene incorniciato, nella sua bella lettura complessiva, in un finale poetico, da processione popolare e molto ben riuscito dal punto di vista del movimento scenico, con Giulietta sacrificata che resta martire dentro le luminarie che piano piano si spengono in modo suggestivo; funziona anche la cifra pop che in generale anima l’allestimento che, pur pretendendo di mantenere filologia e rima, rimanda anche ad alcune caratterizzazioni caratteriali mutuate da Il ballo di Irène Némirovsky.  Quella della scrittrice francese è una vicenda che per contesto anagrafico e relazione con l’universo genitoriale sfuma fra quella di Romeo e Giulietta e quella di una Cenerentola vendicativa, che pur incapace di cambiare il proprio destino, decide comunque di compiere un atto di ribellione.

Forse qualcosa in più nei prossimi allestimenti è lecito aspettarsi sia sulle originalità del commento sonoro che su alcune spigolature attorali che rimangono un poco troppo carattere, impedendo in alcuni tratti della recita di abbracciare completamente la parte più poetica e profonda dello spazio tragico.

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