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Caterina, la bisbetica di un incubo travestito da favola

 

NAPOLI – Come più volte ho avuto modo di osservare, è il travestimento il tema centrale e determinante de «La bisbetica domata». E tanto a cominciare dal fatto che il testo stesso «si traveste»: giacché – appartenendo alla fase sperimentale (e dunque al periodo dell’apprendistato) di Shakespeare – risulta, soprattutto, dal rimaneggiamento di «The Supposes» di George Gascoigne, che, quasi non bastasse, per proprio conto è un rimaneggiamento de «I Suppositi» dell’Ariosto.

Qui, infatti, abbiamo un Ortensio e un Lucenzio che – per poter corteggiare Bianca, la quale (così ha deciso il padre Battista) non deve sposarsi prima della sorella maggiore, appunto la «bisbetica» Caterina – si spacciano, rispettivamente, per maestro di musica e professore di lettere. E ci son servi che prendono il posto dei padroni. E anche se c’è qualcuno che non si traveste, come Petruccio, in compenso finge dal primo all’ultimo momento: finge di amare Caterina mentre non mira che alla sua dote, finge di trovarla mite e arrendevole per poterla sposare e poi, per domarla, le impedisce di mangiare, dormire e vestirsi fingendo, sistematicamente, di trovare i cibi malcotti, il letto malfatto e gli abiti malcuciti.  Ebbene, Tonio De Nitto – regista dell’allestimento de «La bisbetica domata» che la Factory Compagnia Transadriatica ha presentato (purtroppo per soli due giorni) al Nest di San Giovanni – illustra e sottolinea un simile quadro con una serie d’invenzioni una più intelligente e pertinente dell’altra. A partire dall’ingresso di Caterina, che – addobbata come una classica figurina da carillon, e adottandone i movimenti a scatti – denuncia già in avvio la «predestinazione» al ruolo di semplice oggetto stabilita per lei dalla società maschilista che la circonda.

Il seguito è tutto un apparire e sparire dei personaggi attraverso le finestre e le porte di case che sembrano tratte pari pari dalle illustrazioni di un libro di favole. Solo che quella che si racconta nella circostanza risulta una favola nera. Siamo, dunque, alla sottolineatura per contrasto; e se il tema del travestimento viene sviluppato persino sul versante di un’eclatante ed esibita tautologia, giusta quella Bianca en travesti, la programmatica finzione messa in atto a danno di Caterina appare smascherata, in un continuo sfalsamento delle prospettive, da sequenze che mostrano i personaggi visti dall’esterno e dall’interno delle case predette, mediante l’artificio non meno esibito di far ruotare su se stesse le facciate di queste ultime

Si capisce, allora, che il tono di fondo dello spettacolo consiste in una funzionalissima deformazione grottesca, evidenziata fin dalle facce truccate a metà fra Grosz e Daumier. E altrettanto funzionale è la traduzione del testo di Francesco Niccolini, che – ricorrendo alla rima baciata come corrispettivo dell’essere Caterina ingabbiata in una rigida «forma» precostituita – ottiene per di più il risultato di conferire alla rappresentazione una cantabilità ch’è il sintomo dell’atteggiamento evasivo dei personaggi rispetto alla realtà livida in cui si muovono.

Ma parliamo – e davvero non è l’ultimo dei suoi pregi – anche di uno spettacolo assai divertente: vedi, tanto per fare solo un esempio, la scena in cui Lucenzio recita a Bianca «L’Infinito», sostituendo con occhiate ribalde la gonna di lei alla «siepe» leopardiana e mirando a ben altri «spazi di là da quella».

Infine, la «favola» presunta rivela il suo vero volto, quello di un autentico incubo, allorché Caterina – esplicitando quanto Shakespeare si limitava a lasciare all’immaginazione dello spettatore – viene alla ribalta, per dichiarare la sua resa, con la faccia pesta e sanguinante che le ha regalato Petruccio. E fa venire davvero i brividi la canzonetta – «però mi vuole bene, / tanto bene, / bene da morir» – che balbetta mentre va ad abbracciare il carnefice travestito da sposo.

Inutile, poi, sprecare parole circa la bravura degl’interpreti: intorno alla straordinaria Angela De Gaetano (Caterina), agiscono con efficacia esemplare Dario Cadei (Gremio/Vincenzo), Ippolito Chiarello (Petruccio), Franco Ferrante (Battista), Antonio Guadalupi (Bianca), Filippo Paolasini (Ortensio/finto Vincenzo), Luca Pastore (Tranio/Berenice) e Fabio Tinella (Lucenzio). Ma insomma, perché – fermo restando il merito dei giovani del Nest che l’hanno ospitato – uno spettacolo del genere non deve ottenere palcoscenici centrali e, soprattutto, più lunghe teniture?

 

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