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September 30, 2020

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La libertà inafferrabile: al Kismet 'La bisbetica domata' grottesca di Tonio De Nitto

 

William Shakespeare ci ha lasciato un’eredità sterminata composta da opere di rara lucidità e formidabile lungimiranza. Quindi, non appare inusuale e incauto, anche ai giorni d’oggi, che molte compagnie scelgano di rappresentare le opere del Bardo senza troppi rimaneggiamenti e interpretazioni. Succede, altresì, che alcune pièce abbiano perso lo smalto o presentino non pochi segni di invecchiamento. Uno di questi casi è senza dubbio La bisbetica domata, una delle commedie meno riuscite del drammaturgo inglese, lontana parente dell’affine ma più compiuta Commedia degli equivoci. Tonio De Nitto (regia) e Francesco Niccolini (drammaturgia), dunque, hanno scelto una bella gatta da pelare; considerazione personale accresciuta quando, a inizio spettacolo, si apprende che il prologo è stato tagliato. La commedia shakespeariana inizia, infatti, con una beffa giocata da un ricco aristocratico a un calderaio ubriaco: il primo induce il secondo a credere di essere un nobile e, in seguito, gli farà assistere alla messinscena di un’opera teatrale, che è proprio La bisbetica. Questo prologo, considerato l’elemento di maggior qualità dell’opera, oltre a includere alcuni dei temi cari al drammaturgo inglese – condanna della miseria umana, falsa e vera pazzia, realtà e sogno –, contiene le chiavi di lettura dell’intera pièce. Alla lunga, però, gli intenti della coppia De Nitto-Niccolini diventano più chiari. I due, pur rimanendo fedeli al racconto principale, lo snelliscono per puntare tutto sulla figura di Caterina, donarle nuove sfumature, in modo da trasformare una commedia – che aveva senso di essere reputata tale in un’epoca fortemente maschilista – in un dramma esistenziale, specchio della nostra attuale condizione (produzione Factory–Compagnia Transadriatica).  

 

In un’ambientazione à la Tim Burton, composta di scene mobili, luci, musiche e colori (rispettivamente Roberta Doria Puddu e Luigi Conte, Paolo Coletta, Davide Arsenio, Lapi Lou), agiscono goffamente i protagonisti della messinscena, omologati in una “forma” che include movimenti farseschi da carillon e battute in rima baciata. In questo clima grottesco, un padre cerca di vendere la sua adorabile figlia minore al miglior offerente, non prima, però, di aver svenduto la maggiore – Caterina (Angela De Gaetano) – scontrosa e burbera. In realtà la bisbetica, stanca dell’ipocrisia che la circonda, attende il suo liberatore: la sua lingua biforcuta e i suoi atteggiamenti prepotenti cercano di nasconderlo, ma le espressioni del suo volto, di tanto in tanto, la tradiscono.

 

Questo clima distensivo e fiabesco è interrotto da Petruccio (Ippolito Chiarello), l’uomo, il domatore con tanto di frustino, interessato a Caterina, o meglio, alla sua dote. Dopo una semplice contrattazione con il padre affarista e il rapido matrimonio, ecco che l’atmosfera diviene drammaticamente noir. Può ora avere luogo il processo di “addomesticamento” (lett. “The taming of the shrew”) in cui il desiderio di rivalsa dell’una si scontrerà con la ferrea volontà omologante dell’altro: la realtà si distorce e tutto si riduce al divenire proprio quel burattino che prima si disprezzava. La protagonista si è liberata da una gabbia per finire in un’altra, più angusta e meno dignitosa.  

 

Tra macchiette e travestimenti, si ride (molto) nella fase iniziale; si ride ancora ma amaro in quella centrale; e si rimane impietriti durante il monologo finale. Caterina, col volto tumefatto, umiliata, privata di ogni decoro è ormai in balia del proprio uomo e, come una scimmietta ammaestrata esegue gli ordini del padrone senza che nessuno, intorno a lei, batta ciglio. La libertà, ancora oggi, ha un prezzo molto elevato, e troppo spesso si paga con un’altra schiavitù.  

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