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September 30, 2020

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Speciale Primavera dei Teatri: inaugurano una Bisbetica noir e l’inferno e la fanciulla

 

Finalmente Primavera dei Teatri!   

Sui passi del teatro più innovatore, spesso anticipandone le mosse e le ispirazioni, com’è nella sua natura, ricerca che è essa stessa ricerca, da tre lustri e più. Dentro i luoghi familiari del festival, nella Castrovillari nobile e popolare del Protoconvento francescano e della Civita, tra un pensiero stupendo e l’angoscia di un futuro corto.

Questa edizione, la 16ª, della rassegna diretta da Saverio La Ruina e Dario De Luca di Scena Verticale e dedicata ai nuovi linguaggi della scena contemporanea si è aperta con un’assolata conferenza stampa nel chiostro più interno dell’antica struttura, mentre tutt’intorno tecnici e operai ancora sfaccendavano per l’ultima messa a punto.

 

(…) Poi, a sera, i due spettacoli in cartellone ossia La bisbetica domata, 104 minuti di una favola nera e grottesca, cinica e buffa, Shakespeare portato più che mai ai limiti del contemporaneo nella traduzione e nell’adattamento di Francesco Niccolini per Factory Compagnia Transadriatica (regia di Tonio De Nitto), e il surreale/allegorico/apologetico viaggio de L’inferno e la fanciulla di Mariano Dammacco (prodotto dalla Piccola Compagnia Dammacco, cui si devono lavori come L’ultima notte di Antonio, Assedio, L’asino che vola), con la convincente, vivacissima Serena Balivo in scena (pure coautrice della drammaturgia originale).

 

Si comincia dal Sybaris, dopo un breve ritardo rituale, con uno spettacolo interessante, zeppo di ingredienti e di stimoli, coralmente davvero ben interpretato (da, in ordine sparso, Dario Cadei, Ippolito Chiarello, Franco Ferrante, Angela De Gaetano, Filippo Paolasini, Antonio Guadalupi, Luca Pastore, Fabio Tinella), uno Shakespeare sui generis, disseminato di gustosi richiami – neanche troppo minimi, se non altro per le scelte di musiche, scene e costumi, ma anche per i toni a volte farseschi – al vaudeville e all’operetta, in cui coabitano l’arcinota storia della spinosa, ribelle e forse (come vorrebbero certe convenzioni sociali dure a morire) folle Caterina – recalcitrante di fronte ad una dura legge sociale che le impone di sposare un uomo, Petruccio, zotico e violento, che non ama minimamente.

 

La scena conclusiva è deliziosa nella sua capacità di riassumere l’ironia della sorte, le ipocrisie senza tempo, la rassegnazione di una donna abbandonata da tutto (“ma lui mi vuole bene / tanto bene / bene da morir…”) – la normalità di un villaggio ideal-tipico e parecchi sbuffi visionari, come in un bizzarro quadro dove trovano ragion d’essere il figurativo e l’astratto. E poi, una sporca mezza dozzina di citazioni, da Leopardi ai Beatles, il già citato Quartetto Cetra, Beethoven.

Visto lo spettacolo, al netto di qualche lentezza di troppo e di varie licenze poetiche (ma da un autore e da un regista che conoscono a menadito il Bardo, per chi ricorda l’interessantissimo lavoro fatto sul Sogno di una notte di mezza estate o su Romeo e Giulietta), ha ben donde Francesco Niccolini di ammettere nelle note di regia che «la Bisbetica non è una commedia perfetta. Delle sbavature ce ne sono. Più d’una» e di aggiungere tuttavia che quello che trova «stupefacente in questa macchina a orologeria dalla trama non esaltante, è il ritratto spietato dei ricchi, che sono ricchi perché fanno sempre e solo la scelta più giusta rispetto al patrimonio. E guai a chi si sottrae al calcolo. È il destino, questo sì veramente tragico, di Caterina.»

 

Da qui la scelta di «stare dalla parte di Caterina. Anche se è antipatica, anche se è manesca e sboccata. Ma divertente, e involontariamente persino un po’ infantile. Ma altro che bisbetica. Lei sogna un mondo in cui ci si sposa per amore e non come una vacca data per l’accoppiamento dal padre padrone. E lo dice!»

Caterina, però, è destinata a soccombere. Deve piegare il capo, subire l’umiliazione estrema, accedere ad una dimensione di pura solitudine. Che ci ricorda, deve farlo, l’avvilente, degradata condizione in cui tuttora giacciono milioni di donne di questa nostra contemporaneità.

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