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September 30, 2020

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Il Sogno della Factory compagnia transadriatica

 

NOVOLI (Lecce) – Che alcuni testi monumentali siano attuali e eterni è cosa risaputa, il ripeterlo risulta banale. Che i riadattamenti semplicemente per l’essersi cimentati con “la storia” debbano essere acclamati sembra eccessivo. Di certo confrontarsi con la tradizione e la sacralità dei classici non è mai esercizio scontato. Perché, soprattutto, nell’immaginario dei fruitori, campeggia l’immagine, il resoconto, dell’opera d’arte originaria: in altre parole, il pubblico di un’opera arcinota si aspetta convenzionalmente quello che ne sa, quello che ne ha già visto. Esempio i riadattamenti di De Filippo nell’anniversario della sua scomparsa: applauditi maggiormente gli allestimenti piuttosto fedeli all’originale e viceversa creato dissenso le riproposizioni in chiave innovativa. Allora quando uno spettacolo d’innovazione (su un classico) conquista a furor di popolo il pubblico pur portandolo lontano dalla propria ‘sapienza’ di visione, il successo è decretato.

 

Sogno di una notte di mezza estate da William Shakespeare per la regia di Tonio De Nitto e la costruzione scenica della compagnia Factory Transadriatica, rappresenta ciò che si è appena considerato, il consenso al di fuori dei canoni di riconoscibilità. Il pubblico ne rimane entusiasta, e questo, innanzitutto questo, decreta la buona riuscita di uno spettacolo, il responso del pubblico. Così maltrattato ultimamente da chi è firma celebre  della critica da fare pensare che un buon pubblico è solo se asseconda gli umori degli addetti ai lavori… il pubblico è libero, critico, eterogeneo. Altrimenti si chiamerebbe in un altro modo…

 

Il sogno di De Nitto e la sua compagnia entusiasma perché costruito alleggerendo la pomposità di una partitura meravigliosa ma improponibile con assoluta fedeltà, ridisegnandone tracce e trame senza stravolgere, poggiandosi su fondamenta solide ma esaltandone contesti e contenuti in chiave contemporanea; perché gli attori si cimentano in un gran lavoro fisico e grammatico risultando ognuno mattatore; perché l’istrionismo appartiene anche alla guida registica, con scene confluenti e compiute, snelle e mai di troppo, geometrie ‘sregolate’ dall’impostazione ferrea a favore della libertà espressiva attorale; per l’ilarità forte atta a creare un climax progressivo e intenso dalle primissime scene. Certo, ombre ci sono, come i migliori dipinti che senza, senza ombre, sarebbero piatti e finti. Qualche dislivello attorale, qualche caduta di tono, ma il teatro è magico proprio perché prodotto umano, vivo, imperfetto. 

 

I tre livelli narrativi e drammatici della struttura classica ritinteggiati in chiave antropologica, farsesca, di mestiere. Così la dualità del resoconto moralistico sull’universo amoroso idilliaco all’apparenza ma celante intrighi e superficialità prettamente umane, rispolverata sottolineando l’espressività mimica e la cifra da cartoon, il beffeggiarsi di atteggiamenti riconoscibili e speculari nell’ottica dell’osservazione sul presente, spunto sociale. L’onirismo, che nel Bardo assumeva il carattere della gratifica alle tradizioni culturali e letterarie anglosassoni, tinto da iniezioni surrealiste su uno spaccato antropico naturale: la beffa del farsesco su stereotipi culturali, l’espressionismo teatrale per ridire di cliché e abitudini. Il metateatrale, altro ‘atto politico’ in Shakespeare, figurato prendendosi gioco delle pratiche sceniche, dell’impostazione accademica, puntando sull’improvvisazione e l’interazione diretta con il pubblico. Un innesto incisivo non invasivo, nel rispetto dell’ossatura primaria ma espandendo con licenza espressiva. Scenograficamente sobrio e d’estetica briosa, popular. 

Da gustare.

 

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